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Il cemento bio che si autorigenera grazie ai batteri

Ricercatori olandesi hanno scoperto che particolari batteri sopravvivono nel cemento e sono in grado di autorigenerare le crepe. 
Due ricercatori della Delft Technical University dei Paesi Bassi, Henk Jonkers microbiologo e Eric Schlangen specializzato nella tecnologia dei materiali, hanno sviluppato una nuova ed innovativa tipologia di cemento in grado di autorigenerarsi grazie all’azione di particolari batteri
Durante le prove i due ricercatori hanno mixato all’interno di una pasta di cemento una serie di batteri, notando a distanza di un mese dalla posa la presenza di tre differenti spore batteriche ancora viventi. Partendo da questa scoperta Jonkers e Schlangen hanno introdotto all’interno del composto un batterio innocuo noto con il nome di Bacillus, capace di sopravvivere per diverso tempo mantenendosi in uno stato semi-dormiente, per riattivarsi immediatamente al contatto con l’acqua piovana che, tipicamente, penetra all’interno delle naturali fessure del cemento. 
Oltre ad avviare un processo di rigenerazione autonomo, il cemento creato dai due ricercatori è anche “Bio”, grazie alle sostanze naturali composte principalmente da lattato di calcio ed inserite all’interno della pasta di cemento per nutrire i batteri. 

Test per verificare l’applicabilità pratica della scoperta

Secondo il Dr Jonkers: “In laboratorio siamo stati in grado di ottenere l’autorigenerazione di crepe fino ad una larghezza di 0,5 mm. Ora dobbiamo fare un ulteriore passo avanti. Producendo l’agente autorigenerante in grandi quantità potremo avviare dei test esterni, per verificarne le proprietà in base a differenti costruzioni e differenti tipologie di cemento, e scoprire se questo concetto può essere davvero applicato alla pratica.” 

Il problema dei costi 

La sfida principale del biocemento autorigenerante è quella di riuscire a mantenere in vita l’agente di guarigione per tutto il processo di miscela, un problema risolvibile rivestendo le particelle mediante un processo molto costoso. 
La speranza dei due ricercatori è dunque quella di riuscire a ridurre significativamente i costi entro i prossimi sei mesi, per poter dare il via ad una serie di nuovi test all’esterno del laboratorio, valutando le caratteristiche del biocomposto nelle condizioni reali. Per la sua commercializzazione si dovranno aspettare almeno altri due anni, al termine delle trattative con le numerose società interessate al prodotto ed una volta ultimati gli ultimi test di verifica. 
[ Fonte: www.rinnovabili.it – Tratto da www.casaeclima.com ]

Green Kinder House: edificio ad impatto zero!

La Green Kinder House (GKH) è un’innovativa idea di costruzione esposta alla fiera MADE di quest’anno. 
Il progetto è stato sviluppato dall’architetto Massimiliano Mandarini, ricercatore presso il Politecnico di Milano ed esperto di tecnologie sostenibili, in collaborazione con numerose aziende. I partner che hanno preso parte al progetto sono 25 e hanno contribuito alla fornitura delle tecnologie e dei materiali per la realizzazione del prototipo in scala naturale. 

L’IDEA

L’idea di partenza per la Green Kinder House nasce dal desiderio di elaborare un nuovo modello per vivere lo spazio e il tempo nell’ottica di ecosostenibilità e di edifici a impatto zero. Viene pensato come modulo diversamente componibile e sfruttabile in svariati contesti: opere pubbliche (asili nido, spazi ludici, parchi) e opere private (social housing, eco quartieri, residenze green building). 

I TEMI

La realizzazione si declina in due prototipi, chiamati “design for nature”, che vengono inseriti in un progetto che prevede al piano terra uno spazio pubblico a misura di bambino “play” e al piano primo uno spazio abitativo ecosostenibile “living”, al quale si accede attraverso una rampa panoramica. L’installazione si sviluppa su circa 300 mq e si incentra su tre temi principali: 
1 – Sostenibilità del ciclo di vita del progetto: innovazione e funzionalità nel design, architettura a impatto zero, filiera corta nelle componenti del prodotto di architettura, integrazione della componente verde, riciclo e riconversione delle componenti. 2- Sistemi costruttivi Green Building: modularità e flessibilità della struttura e degli spazi dell’involucro, pensato come produttore di energia e mobile, a misura delle diverse condizioni climatiche, velocità nella realizzazione di montaggio e nelle diverse possibilità di uso, grazie alla pianta libera nell’ottica di un’ “architettura rinnovabile”. 3 -Qualità dell’ambiente interno: attenzione ai temi antisismici e a spazi a misura di bambino e a tutte le utenze sensibili, in un atteggiamento di “design per tutti”. 

LA STRUTTURA

La struttura è una piastra prefabbricata antisismica, disposta su due livelli. Al piano terra si sviluppa quella che viene chiamata “architettura educativa”, in cui lo spazio diventa propedeutico all’importante concetto e stile di vita, qual è la sostenibilità. Attraverso l’uso creativo e innovativo dello spazio e del design, promuovendo l’educazione anche attraverso l’interazione di tecnologie, soluzioni e materiali in modo tale da rendere il bambino attivo e stimolato, che interagisce con l’ambiente fisico e sociale. L’accesso al piano superiore avviene, come già detto, attraverso una rampa panoramica, che offre una visione dall’alto del giardino ludico previsto al piano terra e che costeggia il tetto e le parete del blocco superiore, che è completamente ricoperto da una parete verde. Il primo livello costituisce una residenza ecosostenibile, una Green House. Gli spazi sono scanditi dalla natura e dal suo rapporto con gli spazi antropici; il simbolo di questa tematica è l’Albero tecnologico, che vuole rappresentare lo sviluppo futuro verso energie pulite, sostenibili ed compatibili. La copertura è costituita da un orto, seguendo e completando i temi di filiera a chilometri zero ed educazione, sia alimentare che sociale.

In aumento le costruzioni verdi ma in calo le certificazioni

Uno strano binomio, quello rilevato dall’ultima indagine effettuata dal gruppo Turner Constructions: mentre sempre più nelle aziende internazionali si diffonde il ricorso a pratiche sostenibili per ridurre l’impatto energetico delle proprie attività sull’ambiente, cala la richiesta di certificazioni LEED

“LA COSA GIUSTA DA FARE”

Ma andiamo a vedere nel dettaglio i dati rilevati dallo studio su un vasto campione di aziende statunitensi. Il novanta per cento dei proprietari immobiliari e/o dei dirigenti aziendali intervistati ha dichiarato l’impegno in attività ecologicamente sostenibili all’interno delle proprie aziende (con il 56 per cento delle aziende “molto impegnate” e il 34 per cento “abbastanza impegnate”). Tra le ragioni addotte dagli intervistati per questo impegno green, la convinzione che si tratti della “cosa giusta da fare” (68%), l’impatto sulla reputazione dell’azienda e/o sul marchio (67%), la riduzione dei costi (66%) e la soddisfazione delle esigenze dei clienti (61%). 

FATTORI FINANZIARI E NON. 

In questo tipo di impegno, l’efficienza energetica e la riduzione dei costi di manutenzione nelle aziende conta per l’84%. Ma anche i fattori non finanziari restano importanti nella scelta di una politica aziendale green: oltre i due terzi dei dirigenti valuta come “estremamente o molto importanti” elementi quali la qualità dell’aria interna (74%), la salute e il benessere degli occupanti (74%), il grado di soddisfazione dei dipendenti (69%), e la produttività degli stessi (67%). 

CALA L’INTERESSE ALLA CERTIFICAZIONE LEED. 

In questo contesto, però, la ricerca fa emergere un altro dato importante. Anche se la stragrande maggioranza delle aziende dichiara il proprio impegno nelle pratiche di edilizia sostenibile, risulta in calo la percentuale di dirigenti aziendali interessati all’ottenimento della certificazione LEED: 48 per cento, rispetto al 53 per cento nel 2010 e 61 per cento nel sondaggio del 2008. Tra i dati che scoraggiano la richiesta del marchio LEED, il campione intervistato cita il costo dell’iter di certificazione (82%), il tempo e la disponibilità richiesti al personale (79%), la durata complessiva necessaria per il processo (75%) e la difficoltà complessiva del procedimento di certificazione (74%). Tuttavia, nel caso di lavori di efficientamento sull’edificio, il 41 per cento dei dirigenti aziendali dichiara che prenderebbe in considerazione un sistema di certificazione, ma – altro dato sottolineato nella ricerca di Turner Constructions – non necessariamente coincidente con il marchio LEED. Del campione intervistato, infatti, il 63 per cento si è detto favorevole a considerare la richiesta della certificazione Energy Star. “Nonostante questa riduzione di entusiasmo per la certificazione LEED, continua a crescere il mercato della bioedilizia”, afferma Michael Deane, vice presidente e amministratore delegato del reparto sostenibilità presso Turner Construction . “Semplicemente sempre più aziende intervistate si stanno orientando verso standard di certificazione personalizzati o differenti rispetto alla certificazione LEED”.