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Efficenza energetica: l’Italia può crescere!

Secondo uno studio del Politecnico di Milano, con l’efficientamento energetico degli edifici l’Italia può risparmiare 44 milioni di TEP al 2016.

Per fare dell’Italia un Paese all’avanguardia per l’efficienza energetica negli edifici, occorre superare le logiche di omogenea distribuzione delle risorse, puntando sulla corrispondenza fra il peso economico o impositivo della misura e l’effettivo contributo (in termini di potenziale di risparmio) all’obiettivo che si intende realizzare.
È quanto sottolinea la prima edizione dell’Energy Efficiency Report, il nuovo Rapporto sull’efficienza energetica realizzato dall’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano.
Lo studio, presentato il 9 novembre scorso in un convegno, è articolato in cinque capitoli che affrontano le ragioni della scelta di focalizzarsi sull’efficienza energetica negli edifici, il quadro normativo e il potenziale di mercato in Italia, la convenienza economica delle tecnologie per l’efficienza energetica, il modello di business e il ruolo che possono rivestire le ESCo (Energy Service Companies) nel nostro Paese.

Il patrimonio edilizio è responsabile del 36% dei consumi

Il Rapporto si concentra sugli edifici – sia residenziali che non residenziali (uffici, scuole ed università, ospedali, alberghi e ristoranti, edifici della Grande Distribuzione Organizzata ed edifici industriali) – cui spetta la maggioranza “relativa” (36%) del totale dei consumi energetici nel nostro Paese.
Infatti, il 70% dei circa 13,7 mln di edifici esistenti in Italia è stato realizzato prima che venisse introdotta qualsiasi norma sull’efficienza energetica in edilizia (la prima in Italia è del 1976), e un quarto del patrimonio edilizio non ha mai subito alcun intervento di manutenzione o riqualificazione.

Il Pacchetto 20-20-20 e il PAEE

L’efficienza energetica è il terzo “20” del Piano d’Azione europeo approvato nel marzo 2007, noto come “Pacchetto 20-20-20”. In Italia il primo Piano d’Azione Nazionale per l’Efficienza Energetica (PAEE) è stato emanato nel 2007 e traguardava un risparmio energetico di circa 10,8 milioni di tep (tonnellate equivalenti di petrolio) rispetto alle stime tendenziali (fatte considerando l’assenza di interventi di efficientamento) al 2016.
Nel Luglio del 2011 il Governo italiano ha presentato alla Commissione Europea un nuovo PAEE, con un obiettivo di risparmio ancora più ambizioso di circa 16 mln tep al 2020 (leggi tutto).
L’impegno preso a livello nazionale sembra essere chiaro, ma – sottolinea lo studio – è nella traduzione degli obiettivi in strumenti concreti di verifica (ossia di certificazione dei consumi energetici), obbligo e incentivazione delle soluzioni di efficienza energetica che il processo rischia di “incepparsi”.

Gli squilibri del sistema di incentivazione

Ad esempio, sul tema degli incentivi va rilevato che le soluzioni di efficienza energetica sono incentivate essenzialmente attraverso due meccanismi: i Titoli di Efficienza Energetica (prima esperienza al mondo di applicazione di strumenti incentivanti e di creazione di un apposito mercato di scambio titoli per la promozione dell’efficienza energetica negli usi finali) e le agevolazioni fiscali (soprattutto la detrazione del 55% sulle riqualificazioni energetiche degli edifici). Entrambi i meccanismi, nonostante abbiano esercitato sino ad ora un indubbio ruolo propulsivo, risentono del problema di “incentivare” primariamente interventi relativamente “piccoli” e con tempi di rientro modesti; in altre parole sono affetti da uno shortermismo che rende difficili quegli interventi strutturali che invece andrebbero messi in atto per raggiungere gli obiettivi che ci si è posti.

La sostenibilità economica delle diverse soluzioni tecnologiche

Il Rapporto analizza poi le tecnologie impiantistiche (sistemi di illuminazione, elettrodomestici, tecnologie efficienti per la produzione di energia termica e sistemi di building automation), quelle che interessano la struttura dell’edificio (chiusure trasparenti e strutture opache, oltre alle soluzioni per la progettazione energeticamente efficiente degli edifici) e le tecnologie per la generazione in loco di energia (impianti fotovoltaici, eolici, sistemi solari termici e caldaie a biomassa solida).
L’obiettivo dello studio è quello di rendere direttamente confrontabili fra di loro le diverse soluzioni per l’efficientamento energetico degli edifici e di comprendere le eventuali reali necessità di incentivazione, mettendone a confronto costi e ritorni. Le conclusioni permettono di identificare diverse categorie di tecnologie: (i) le tecnologie per cui la convenienza “assoluta” si ha già oggi in qualsiasi contesto di adozione (per es. l’illuminazione, le soluzioni per il fabbisogno termico degli edifici); (ii) le tecnologie che risultano convenienti soltanto se adottate congiuntamente alla realizzazione di un nuovo edificio (per es. building automation, gli elettrodomestici del freddo, le chiusure vetrate, ecc); (iii) le tecnologie per cui, indipendentemente dal contesto di riferimento, non vi è la convenienza “assoluta” dell’investimento (per es. le tecnologie di generazione energetica da fonti rinnovabili e le soluzioni di efficienza energetica relative agli elettrodomestici del lavaggio).

Il potenziale di mercato in Italia

Anche sulla base di queste considerazioni, l’Energy Efficiency Report presenta delle stime del potenziale “teorico” di mercato associato alle diverse tecnologie per l’efficienza energetica ed il verosimile grado di penetrazione che si potrà sperimentare in Italia da qui al 2016. Il potenziale teorico derivante dall’adozione di soluzioni di efficientamento energetico in Italia da qui al 2016 (senza tener conto di quanto già è stato fatto sino al 2011) è pari complessivamente a circa 44 mln tep.
Se si guarda invece alle stime di penetrazione, per quanto riguarda i consumi elettrici la riduzione che si ritiene possa essere ragionevolmente acquisita da qui al 2016 attraverso l’adozione di soluzioni di efficientamento energetico è pari a 21,6 TWh, ossia solo poco più del 14% del potenziale teorico; il risparmio energetico invece imputabile ad azioni di efficientamento dei consumi termici può essere ragionevolmente stimato in 118 TWh termici, circa il 18% (ossia appena più significativo del caso elettrico) del potenziale teorico.
“Se si traducono i dati di penetrazione del mercato – si legge nel Rapporto – si ottiene un potenziale di risparmio ragionevolmente acquisibile da qui al 2016 pari a 9,9 mln tep, a cui vanno aggiunti 3,8 mln tep già risultanti dalla base attualmente installata. In altre parole, significa che l’impatto dell’adozione delle tecnologie per l’efficienza energetica entro il 2016 sarà, secondo le stime elaborate in questo Rapporto, ragionevolmente superiore (13,7 mln tep) rispetto ai 10,8 mln tep che era stabilito inizialmente nel PAEE approvato nel 2007. Se si proietta, poi, il risparmio acquisibile entro il 2016 sull’orizzonte al 2020 si ottiene un valore pari a 21,5 mln tep, oltre il 30% in più rispetto al valore soglia definito nel PAEE.”

Vanno superate le logiche di ‘omogenea’ distribuzione delle risorse

Secondo lo studio, appare quindi possibile “fare dell’Italia un Paese all’avanguardia per l’efficienza energetica negli edifici, obiettivo assai ambizioso se si considera il punto di partenza ma anche ‘giustificato’ dai numeri. È necessario tuttavia superare le logiche – tipiche del nostro approccio ai meccanismi di stimolo allo sviluppo dei settori dell’efficienza energetica e delle rinnovabili – di ‘omogenea’ distribuzione delle risorse a favore di una maggiore ‘equità’, ossia di una corrispondenza fra il ‘peso’ (economico o impositivo) della misura e l’effettivo contributo (in termini di potenziale di risparmio) all’obiettivo che si intende realizzare.”

[ Fonte: www.casaeclima.com ]

Migliorare l’efficenza energetica dei vecchi edifici

La sfida ai cambiamenti climatici si vince anche ristrutturando case vecchie, non solo costruendo casa ecocompatibili.

Che ce la si faccia o no nei tempi previsti, la direzione è presa ed è quella di un’edilizia sempre più bio ed ecologicamente sostenibile.
Soddisfatti tutti i sostenitori della nuova direttiva comunitaria sull’efficienza energetica, entrata in vigore il 9 luglio scorso: questo provvedimento genera un vero e proprio business.In sostanza, la direttiva stabilisce che i nuovi edifici, costruiti dal 2020, dovranno rispettare tutti i criteri della sostenibilità, incluso l’utilizzo di sistemi che sfruttino le fonti di energia rinnovabile, per raggiungere tre obiettivi: taglio dei costi in bolletta, risparmio del 20% di energia e riduzione del 20% delle emissioni di CO2.

A dare il buon esempio, mettendo in pratica la nuova direttiva con due anni di anticipo, nel 2018, saranno le amministrazioni locali che dovranno applicarla nella costruzione degli edifici pubblici.
La Gran Bretagna, ad esempio, ha anticipato al 2014 la scadenza europea del 2020, mentre la Danimarca si è impegnata a rendere autosufficiente dal punto di vista energetico l’intero patrimonio edilizio, compreso l’esistente, a far data dal 2050.

Almeno sulla carta, l’obiettivo dell’efficienza energica non è più un miraggio per i Paesi membri della Ue. Tuttavia, la nuova normativa suscita qualche perplessità, in particolare nel capitolo dedicato alla ristrutturazione di immobili esistenti, per renderli green. Stiamo parlando di interventi mirati, parzialmente incentivati da Bruxelles, come la sostituzione di impianti di riscaldamento, idraulici o di climatizzazione con altri ad alta efficienza o come l’installazione di contatori intelligenti.

Il gruppo europarlamentare verde, attraverso un suo autorevole esponente, Yannick Jadot, esprime delusione per il carente intervento di Bruxelles a favore delle ristrutturazioni. ”La Ue – dichiara Jadot – si concentra sulle nuove costruzioni, senza valutare sufficientemente le esigenze di rinnovamento degli edifici esistenti, che rappresentano il 40% dei consumi di energia e il 36% delle emissioni di gas serra in Europa’‘.

Perplessa anche l’industria del mattone, rappresentata a livello europeo dalla Fiec, che chiarisce: ”Non basta focalizzarsi sull’efficienza energetica dei nuovi immobili per raggiungere gli obiettivi di risparmio energetico del 20% fissati da Bruxelles per il 2020. Perché ad oggi le ristrutturazioni di vecchi edifici riguardano solo l’1% del mercato immobiliare. Ed è su questo ingente capitale che bisogna indirizzare gli sforzi di efficienza energetica se si vuole arrivare al traguardo”.

In Italia, il disagio dei costruttori si concentra in particolare sull’utilizzo dei due sistemi di calcolo differenti per la determinazione della classe di edifici. Pietro Torretta, vicepresidente Ance, riporta la posizione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, secondo cui ”il settore edilizio ha la possibilità di contribuire per il 50% al taglio delle emissioni, ossia ha un impatto potenziale nella lotta ai gas serra superiore a quello ottenibile con l’adozione delle rinnovabili. L’edilizia, infatti, incide per il 40-42% sul totale della bolletta energetica nazionale e per il 32% sulle emissioni di gas serra”.

Secondo il vicepresidente Ance, è quindi necessario che ”la certificazione acquisti un ruolo propositivo non solamente nella costruzione di edifici nuovi, ma anche nella ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente. Si calcola che nel nostro Paese quattro edifici su cinque siano inefficienti dal punto di vista energetico: si tratta, quindi, di 23 milioni di costruzioni il cui recupero potrebbe costituire una spinta importante per l‘economia italiana”. Ma anche per il rilancio economico europeo. Di fatto, la direttiva, se applicata integralmente, potrebbe generare un enorme business, ad oggi non ancora quantificabile, e nuovi posti di lavoro.

E poi c’è un altro problema, che riguarda sempre la ristrutturazione degli edifici già esistenti. Se, infatti, esistono a livello internazionale gli standard di certificazione per la sostenibilità dei nuovi edifici – Leed, Itaca e Casaclima, tra i principali – ancora non esistono gli standard di certificazione per gli edifici da ristrutturare. Ed è proprio in questa direzione che le aziende nazionali dell’edilizia dovrebbero investire, sfruttando il grande patrimonio che ha l’Italia nello sviluppo di queste competenze: alcune realtà aziendali si stanno oggi distinguendo e stanno acquisendo commesse a livello internazionale proprio sulle ristrutturazioni ed i restauri.

[ Fonte: Ance – Tratto da Mondocasablog.com ]